martedì, Novembre 3, 2026

HR, la sfida della generazione Z

La pandemia è stato un punto di svolta e forse l’evento che ha ci reso possibile fermarci e farci rendere conto di quanto il mondo del lavoro si è trasformato, almeno negli ultimi 20 anni. Non è semplicemente cambiato il lavoro, ma siamo cambiati anche noi. Nel corso del piacevole videomeeting IPI di qualche settimana fa con i colleghi che si occupano di risorse umane, è emersa una riflessione molto interessante circa il senso che si dà al lavoro.

Fino alla mia generazione, quella dei 40 – 50 enni di oggi, conclusi gli studi si cercava un lavoro perché c’era necessità di trovare un lavoro. Si pensava alla carriera e alle possibilità per migliorare la propria posizione. Il lavoro era un’opportunità ed anche una forma di riscatto finalizzato al raggiungimento di una posizione professionale migliore di quella dei propri padri. Questa generazione cercava essenzialmente imprese solide che dessero prospettive di sviluppo e carriera, magari con un nome altisonante che desse lustro ed opportunità future.

Oggi è cambiato tutto: per la generazione Y con la quale ci stiamo misurando e soprattutto per la prossima generazione Z (quella dei nativi digitali, per intenderci) che si affaccerà tra breve nel mondo del lavoro, diventa di fondamentale importanza una professionalità trasversale, che faccia vivere diverse esperienze, in linea con le proprie aspettative e soprattutto con i propri valori.

Ciò che questi giovani reputano importante nella loro vita lo cercano anche nell’ambiente di lavoro dove devono passare la maggior parte del proprio tempo. Argomenti come la sostenibilità ambientale, il bilanciamento tra vita professionale e vita privata sono considerati temi essenziali, sui quali non scendere a compromessi. Il loro obiettivo non è la carriera fine a sé stessa ma l’opportunità di “lasciare un segno” e magari poi dedicarsi ad altre esperienze.

Il segno del cambiamento lo si vede fin dal processo di selezione. I giovani candidati, specialmente quelli in materie scientifiche e tecnologiche (le più richieste dal mercato), assumono attentamente informazioni relativamente all’azienda “target”, in modo completamente diverso rispetto al passato, avvalendosi anche della rete. I ruoli tra selezionatori e selezionati si stanno modificando, in molti casi addirittura ribaltando, e spesso i giovani si sentono protagonisti della scelta, selezionando essi stessi l’azienda che risponde ai valori che essi ritengono importanti per la loro vita. Questo è vero in particolare per i giovani laureati in materie scientifiche e tecnologiche (i c.d. laureati STEM), molto richiesti e contesi dal mercato del lavoro.

La pandemia ha reso ancora più evidente la differenza tra le generazioni. I giovani di oggi guardano alle tecnologie come un’opportunità da cogliere e non rinunciano a pensare di poter cambiare il mondo con qualche intuizione nel fare diversamente ciò che già esiste oppure creare qualcosa che ancora non c’è. Sono consapevoli che il lavoro è una fetta piuttosto importante della propria vita e quindi cercano di raccogliere da esso il meglio che possono senza rinunciare alla propria individualità, ai propri sogni e ai propri progetti.

I loro punti di riferimento ci sono anche nel mondo del lavoro e si chiamano Elon Musk, Steve Jobs, Samantha Cristoforetti e tutta una generazione di imprenditori e scienziati illuminati che hanno saputo rendere semplici messaggi complessi, che hanno saputo parlare ai giovani stimolandoli a inseguire i propri sogni senza paura di sbagliare, accogliendo i propri fallimenti, traendone degli insegnamenti e convertendoli in azioni positive e di successo.

Che cosa possono e devono fare le imprese per rendersi “attrattive” agli occhi dei giovani talenti? Su questa domanda si potrebbe davvero discutere per ore. Mi limito qui ad un paio di spunti.

  1. in un contesto nel quale lo smart working acquisirà inevitabilmente una crescente importanza, i responsabili dovranno emanciparsi dalla ricerca continua del controllo come unica forma per garantire la produttività a distanza, ed impegnarsi a costruire rapporti di fiducia con i collaboratori affidando loro progetti ed obiettivi da raggiungere.
  • la nuova generazione ripone nelle competenze di carattere trasversale molte aspettative, per cui si aspetta che coloro che sono chiamati a gestire le persone sappiano valorizzare il talento e le caratteristiche distintive di ciascuno perché diventino un valore aggiunto per fare la differenza.

Un pensiero finale che in fondo ne racchiude tanti altri: oggi è obbligatorio osservare la generazione che si sta affacciando al mondo del lavoro non con gli occhi di coloro che devono insegnare, ma con quelli di coloro che devono apprendere.

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