lunedì, Novembre 2, 2026

Smart working, un cambio di prospettiva

L’anno 2020 si è concluso con un primo, timido sospiro di sollievo. Il mondo ha vissuto e sta tuttora vivendo, un’esperienza tanto lunga quanto difficoltosa, da un punto di vista materiale e soprattutto da un punto di vista emotivo. Abbiamo tutti accolto il 2021 con grandi aspettative per l’inizio della campagna vaccinale che ci consente di vedere la luce in fondo al tunnel dopo lunghi mesi di sofferenza e isolamento. Mi piace l’idea di tracciare una linea immaginaria e porre a me stesso, e a tutti voi, una domanda preliminare.

Cosa stiamo imparando da questa emergenza sanitaria? Il piacere di godere dei piccoli gesti e delle piccole cose che la vita quotidiana così frenetica non ci fa apprezzare abbastanza. Quanto sia importante rallentare di tanto in tanto. L’imposizione del distanziamento sociale ci ha costretto a rivalutare l’importanza delle relazioni e del contatto tra le persone e di quanto questa privazione possa pesare sulle persone influenzandone umore e comportamento. Con l’impegno profuso dalla scienza e la tenacia di persone straordinarie, quali si possono definire i ricercatori, si è giunti al vaccino, dimostrando che la condivisione delle informazioni ed il lavoro di squadra hanno permesso di raggiungere un risultato che fino a pochi mesi fa sembrava impossibile in così breve tempo.

Sul fronte delle imprese, abbiamo visto come le persone e le organizzazioni si sappiano adattare rapidamente a cambiamenti repentini e dirompenti come è stata questa pandemia. Il mondo del lavoro non sarà più lo stesso d’ora in avanti anche e soprattutto per l’introduzione su vasta scala dello smart working all’interno delle organizzazioni. Da questo punto di vista, stiamo scoprendo che esiste “un’altra metà del mondo” che fino ad oggi è rimasta preclusa ai nostri occhi, che certamente in futuro condizionerà il nostro modo di concepire e affrontare il lavoro. Proviamo in estrema sintesi ad analizzarne alcuni aspetti fondamentali, rimandando i singoli punti a successivi e necessari approfondimenti all’interno della nostra community.

Faccio una piccola premessa per evidenziare che lo smart working esiste da molti anni e sono numerose le aziende che già lo adottano in via ordinaria come una modalità alternativa di svolgimento dell’attività lavorativa. Moltissime altre aziende, che prima non lo utilizzavano, sono state costrette dalla pandemia (spesso loro malgrado…) ad introdurre tale metodologia di lavoro per evitare l’utilizzo degli ammortizzatori sociali e garantire la continuazione dell’attività in totale sicurezza. In questi casi, l’esperienza vissuta si potrebbe più propriamente identificare come semplice “remote working“, ovvero un semplice svolgimento da casa del lavoro normalmente fatto in ufficio.

Che si tratti di smart o di remote working, il lavoro svolto al di fuori dell’azienda in maniera così massiccia è un’opportunità che per le organizzazioni è obbligatorio cogliere e che cambierà radicalmente le strutture organizzative e le politiche di gestione del personale. Indipendentemente dalle dimensioni, i leader che sono chiamati a gestire le persone devono ripensare al proprio approccio nei confronti dei collaboratori abbandonando il controllo che è stato fino ad oggi un tratto caratteristico delle organizzazioni. Lavorare per obiettivi, fiducia e autonomia, un rapporto franco e relazioni costruite sul reciproco rispetto, prima personale e poi professionale, sono alla base del successo di un nuovo modo di approcciarsi al lavoro che mette al centro la capacità e il merito e che è un indiscusso volano per avere delle persone motivate, ingaggiate ed in grado di raggiungere obiettivi sfidanti.

Le resistenze esistono e provengono sia dalle persone che dalle organizzazioni. Esse dimostrano una visione “parziale” della realtà nella convinzione che, come mi è capitato di sentire, dopo la pandemia tutto tornerà come prima. Si tratta più di una speranza che di una realtà perché davanti ai nostri occhi si sta palesando quella metà del mondo che fino ad oggi non volevamo vedere. Un mondo fatto di tecnologie alla portata di tutti, che hanno accorciato le distanze, hanno influenzato ancora di più la possibilità di comunicare in maniera semplice e creare nuove relazioni.

Le organizzazioni stanno ripensando le loro dimensioni e la collocazione spazio-temporale non in luogo fisico ma al centro del mercato, potendo attingere ai migliori talenti, non solo del proprio territorio, ma del mondo (scusate se è poco!). Tutti avrete letto di persone che lavorano in smart working dai luoghi più disparati ed il fenomeno tutto italiano del south working, che merita un articolo a parte. Per non parlare della primavera che vivranno le società di coworking che potranno attingere ad enormi spazi che le stesse aziende metteranno a disposizione dopo il loro ridimensionamento. C’è la consapevolezza che non tutte le attività all’interno delle aziende possono essere interessate dallo smart working ma già questo è un cambiamento epocale.

Da più parti ho sentito parlare di alienazione delle persone che lavorano da remoto e posso confermare, avendolo vissuto direttamente, come sia complicato e provante, ma non si può dimenticare che una parte di questa difficoltà è stata determinata dall’obbligo del lockdown generale e dalle restrizioni che stanno limitando il movimento e la socialità delle persone. Dunque non ascrivibile allo smart working in sé.

Compiere il primo passo è difficile ma personalmente ritengo che sia necessario cambiare completamente la prospettiva e introdurre lo smart working come strumento ordinario all’interno di tutte le realtà (o almeno di quelle al di sopra di certe soglie dimensionali), ovviamente adattandolo alle diverse esigenze che possono emergere, investendo sulle persone, dando loro tutto il supporto necessario e aiutandole a prendere consapevolezza che il loro lavoro è prezioso per l’impresa indipendentemente dal luogo dove lo si presta.

Non posso non fare un accenno alle piccole medie imprese che per dimensioni godono meno dei vantaggi derivanti dall’utilizzo di questo straordinario strumento, tuttavia, riservandomi di approfondire successivamente l’argomento, credo sia un’opportunità per queste aziende cogliere e sviluppare gli aspetti culturali che sottendono allo smart working quali fiducia, responsabilità, obiettivi e progetti innovativi.

Concluderei dicendo che persone e organizzazioni sono oggi di fronte ad un bivio. Da una parte la strada seguita fino ad ora con uno scenario conosciuto e rassicurante ma con confini che progressivamente vanno restringendosi e maggiore difficoltà a colmare il gap. Dall’altra uno scenario sconosciuto con confini ampi e difficilmente percepibili, fuori dalla propria zona di comfort dove si deve puntare sul potenziale proprio e delle persone con le quali si collabora. Il cambiamento diventa la regola e la capacità di adattamento diventa una qualità distintiva determinante. Io la mia scelta l’ho fatta…e voi siete disposti?

Roberto Turchetti

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