lunedì, Novembre 2, 2026

Sostenibilità senza illusioni

Sostenibilità

Un processo produttivo è composto da varie fasi attraverso cui l’uomo impatta sull’ambiente: il reperimento di materie prime, la produzione, il trasporto ed infine l’utilizzo. La nostra società è abituata ad una dinamica di consumo cosiddetta lineare o cradle to grave, che prevede la trasformazione di una materia prima in un “bene di consumo” che normalmente produce scarti non più utilizzabili. Gli scarti vengono smaltiti, molto spesso in modo non corretto, creando un elemento di disturbo per l’ambiente.

Al contrario, l’obiettivo di un approccio sostenibile è l’eliminazione del danno ambientale e quindi il riutilizzo o la rigenerazione degli scarti produttivi. L’approccio deve quindi passare a cradle to cradle, ovvero un circuito produttivo che considera un utilizzo delle risorse ciclico, come accade in un ecosistema sano.

Introdotto e spiegato per la prima volta dal chimico tedesco Michael Braungart e dall’architetto William McDonough nel loro libro “Cradle to Cradle: Remaking the Way We Make Things” (North Point Press 2003), questo approccio rappresenta il caposaldo nonché il progenitore della cosiddetta economia circolare, un modello di produzione e consumo che implica condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo dei materiali e prodotti esistenti il più a lungo possibile.

Il modello C2C rappresenta tuttora un obiettivo a lungo termine, ancora lontano dal raggiungimento. Come accade in tutti i sistemi evolutivi, il cambiamento avviene per gradi ed uno dei primi passi nella giusta direzione è rappresentato dall’upcycling che implica (a differenza del semplice “riciclo”) la trasformazione di un oggetto in un prodotto di maggiore qualità o utilità, reale o percepita. A sua volta, l’upcycling comprende due strategie, la pre-consumer, che prevede l’utilizzo di risorse che non sono ancora state utilizzate da un consumatore, oppure la post-consumer, che sfrutta l’impiego di materiale consumato, ma ancora in qualche modo fruibile per la creazione di nuovi prodotti.

Esempi di questo modello sono l’utilizzo di scarti industriali per l’ottenimento di nuovi prodotti, come nel caso di Favini, che ha creato nel 2015 Remake, una carta ecologica contenente il 25% di scarti di lavorazione della pelletteria, e nel 2019 Refit, prodotta con il 15% di residui provenienti dalle lavorazioni tessili di lana e cotone. Oppure esempi di riutilizzo innovativo come nel caso di Nutella clock, un progetto realizzato da Ferrero ed Alessi, che consiste in un orologio che va ad incastrarsi perfettamente in uno dei contenitori più grandi di Nutella, in modo che una volta ripulito al termine del consumo della crema spalmabile, quest’ultimo non venga buttato ma dia vita ad un nuovo oggetto di design.

La spinta indiscriminata verso l’economia circolare ha generato anche fenomeni opportunistici come il c.d. greenwashing, che si fonda sulla divulgazione di informazioni false, di etichette e concetti vaghi ed irrilevanti per sostenere e valorizzare la reputazione ambientale di un’impresa. Uno degli esempi più famosi di questa strategia è rappresentato da Shell, multata dall’Authority in Inghilterra per via di uno spot che dichiarava che l’estrazione di petrolio dalle sabbie bituminose del Canada era un grande passo avanti in termini di sostenilibità, nonostante le emissioni fossero dieci volte superiori a quelle del greggio. Altro esempio che ci riguarda più da vicino è quello di tre principali produttori di acqua: Ferrarelle, San Benedetto e Sant’Anna, tutti multati anni fa dall’Antitrust per aver veicolato messaggi di sostenibilità del prodotto (nella fattispecie del packaging) quantomeno molto ambigui.  

Un approccio serio al tema dell’economia circolare prevede un’analisi dei costi sociali e ambientali di tutte le filiere di fornitura. La vera chiave di volta potrebbe essere la definizione di interconnessioni tra diverse filiere produttive, magari anche geograficamente vicine tra loro, che garantisca sia uno sfruttamento circolare delle risorse, che l’abbattimento dei costi ad esso correlati. Una riflessione finale: sul piano della riduzione degli sprechi, inoltre, garantire un processo in continuo è importante, ma sarebbe risolutivo senza prima agire sui modelli di consumo? Gli utenti sono ad oggi abituati allo smaltimento degli scarti produttivi e dovrebbero invece venire educati alla possibilità di reintegro nella filiera. Senza responsabilità sociale, la  struttura dell’economia circolare rischia di cadere come un castello di carte, ovviamente riciclate.

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