
Aumentare il valore d’impresa attraverso la diversificazione che deriva dalla internazionalizzazione: una via molto efficace. Fiumi di parole sono stati spesi per mettere in guardia le imprese dai rischi dello sviluppo internazionale. Parole legittime, dato che l’ingresso nei mercati internazionali non è una scommessa ma piuttosto il risultato di una strategia ben preparata e ragionata e di una dinamica attuazione della stessa.
Meno parole sono state invece spese per raccontare dei “dividendi” che attendono l’imprenditore che supera con profitto la prova dell’internazionalizzazione. La crisi pandemica che stiamo attraversando ce ne offre un chiaro esempio: la disponibilità di un mercato più ampio produce una maggiore diversificazione delle fonti di reddito, che in un contesto difficile come quello corrente vuol dire sostegno dei ricavi e quindi, in molti casi, contenimento delle perdite in misura variabile in base al settore di appartenenza.
Lo hanno sperimentato dolorosamente le imprese più fortemente ancorate al mercato domestico, per le quali la pandemia ha voluto dire confrontarsi con un lunghissimo lockdown ed una conseguente contrazione della redditività aziendale, che in molti settori è andata molto vicino – se non oltre – la soglia del collasso.
Al contrario le aziende che hanno fatto il “passo lungo” della internazionalizzazione fuori dall’Europa, hanno visto le aree geografiche temporaneamente meno colpite – o attualmente più avanti nella campagna vaccinale – in grado di dare una mano sul fronte dei ricavi e quindi della redditività.
All’inizio della pandemia, quando la Cina ha chiuso i battenti e l’Europa a seguire, l’impresa internazionalizzata ha continuato a vendere in USA; successivamente, si è registrata la chiusura del mercato americano ma la riapertura dei mercati asiatici. Certamente, tali dinamiche sono state anche molto diverse a seconda del settore di appartenenza e dalle caratteristiche specifiche dell’impresa (si pensi al settore del turismo); detto questo, certamente la diversificazione geografica ha aiutato le imprese internazionalizzate e le sta tuttora molto aiutando con la diversa velocità delle campagne vaccinali.
Tali benefici sono stati registrati in modo eterogeneo dalle aziende, in modalità e misure molto variegate a seconda dei settori. Nell’ambito di PMI internazionali, ad esempio, può risultare difficile e oneroso sopportare i costi di unità produttive o commerciali ancora scarsamente consolidate e poco presidiate dal punto di vista manageriale. Per dirla in parole semplici, il rischio che “il bambino possa morire in culla” indubbiamente esiste ed è accentuato da una crisi come quella che stiamo vivendo. Tuttavia, come abbiamo avuto modo di evidenziare in diversi nostri precedenti contributi, in questa fase esistono anche grandissime opportunità di investimento per le imprese “coraggiose” che nonostante tutto hanno la forza di investire e rilanciare.
Concludiamo con alcuni spunti per le imprese che ambiscono ad allargarsi fuori dai propri confini nazionali:
- L’internazionalizzazione aumenta il rischio operativo (aumento di costi fissi) ma, se fatta con criterio, tale aumento è più che compensato dalla riduzione del rischio strategico dato dalla diversificazione.
- L’internazionalizzazione può generare maggiori opportunità di ricavo non solo quando l’economia è in fase espansiva, ma anche nelle fasi critiche e recessive.
- Nell’internazionalizzazione l’approccio per aree contigue può sterilizzare i vantaggi della diversificazione geografica in particolare durante le fasi negative del ciclo.
- L’internazionalizzazione richiede strategie che sono formulate attraverso scenari che contemplino anche il caso di un forte rallentamento economico in una o più aree geografiche contigue (ad esempio, una crisi complessiva dei mercati europei).
Queste considerazioni di buon senso sono confortate dai dati: di moltiplicano gli studi che dimostrano come le aziende aperte all’internazionalizzazione mostrano migliori performance in termini di redditività (Ebitda / fatturato) e solidità nel medio lungo termine (rapporto debiti / capitale). Uno per tutti: rimando allo studio Top 300 sulle trecento eccellenze della provincia di Cremona descritto dall’amico Michele D’Apolito in un recente video sulla nostra community.
In conclusione: internazionalizzare bene, secondo modalità corrette, si rivela generalmente un ottimo investimento sia sul fronte della redditività che su quello della riduzione del rischio attraverso la diversificazione. E quindi, in ultima istanza, un ottimo “tonico” per il valore d’impresa.
