lunedì, Novembre 2, 2026

Finanza aziendale, imprese artefici del proprio destino.

Finanza Aziendale

Se in altri tempi tutto si poteva ridurre ad un generico rapporto con le banche, il direttore di agenzia da chiamare per un leasing, un finanziamento da ottenere subito per l’investimento da non lascarsi scappare, cercare di strappare le migliori condizioni fino all’ultima delle commissioni, ora la storia è diversa. La banca si chiama Istituto finanziario, più che al direttore ci si appella al gestore, chi ti chiama è un analista che vuole sapere, analizzare (giustappunto!). E l’approssimazione non trova posto di questi tempi, i rapporti di amicizia più o meno consolidata e il classico “guardi che abbiamo una fila di banche” non funzionano.

Cosa funziona allora? Complici le azioni di responsabilità a vari livelli, i controlli sempre più pressanti di organismi nazionali e sovranazionali, margini risicati e l’ammontare importante di crediti deteriorati ed inesigibili, gli Istituti privilegiano chi dà determinate sicurezze e fornisce affidabilità. Avete pensato alle famose garanzie? Beh certo che aiutano, soprattutto se messe in campo dallo Stato in questi momenti difficili. Ma in ultima istanza sono gli Istituti bancari che valutano in toto chi affidano e loro sono responsabili della concessione di un credito. La garanzia funziona come misura facilitante e lo Stato la fornisce secondo le recenti normative permesse dalla Commissione Europea ma senza entrare nel merito, ciò che è invece demandato all’istituto finanziario.

Sembrerebbe a questo punto che l’istituto finanziario sia il principale attore. Non è così: l’impresa  in fondo è artefice del proprio destino. Chi si appella alla sfortuna, a quella banca che non ha concesso il credito, a quel direttore che ci ha fatto rientrare, deve avere una bella fantasia di alibi. Ma come diventare protagonisti in tema di finanza aziendale? Propongo due riflessioni, senza la pretesa di essere esaustivo, magari come base per una futura discussione all’interno della nostra community.

La prima. Nei rapporti con gli Istituti, occorre rappresentare al meglio la nostra “storia”: serve una trama, un canovaccio, delle idee ma soprattutto una pianificazione. E la pianificazione significa chiarezza di idee supportate dai numeri. Perché poi su quei numeri gli analisti ti valutano e si fanno una idea di te, della tua impresa, della tua organizzazione. Su quelli ti costruisci la reputazione. Gli analisti hanno una memoria da elefanti e se la tramandano: gioie e dolori direte voi. E quindi giocate bene il vostro ruolo. Qualche anno fa mi salutò per avvicendamento un gestore di banca e si accomiatò con una considerazione: “mi sono riguardato i piani finanziari che mi aveva fornito 5 anni fa, li ho tenuti tutti” e con gran sorriso aggiunse “dottore, devo dire che lei aveva previsto con grande precisione”. Ci avevo azzeccato? Lasciamo il beneficio del dubbio ai maligni ma preferisco pensare che i piani erano puntuali perché equilibrati e frutto di ipotesi affidabili. La stessa affidabilità che la banca cerca nel suo interlocutore e quando lo trova ha fatto bingo, non lo mollerà facilmente.

Seconda riflessione: occorre innovarsi, trovare nuove modalità di approvvigionamento di risorse finanziarie, nuovi strumenti operativi, non aver paura di esplorarli anche insieme agli operatori finanziari. Questo è il momento. Anche questo è il ruolo, tra l’altro del CFO. Creare ed avere a disposizione una macchina flessibile che dia le informazioni rilevanti, non una caterva di numeri, che siano da supporto alle decisioni aziendali. Primo compito del CFO è, appena messo piede nell’azienda, capire il business e le sue leve, aggiornarsi. Quei numeri, presi asetticamente, significano poco senza una buona conoscenza dei fenomeni che li hanno generati.

L’imprenditore d’altra parte deve trasmettere al “terzo socio” (la banca per intenderci) la propria strategia ed esprimersi al meglio nel generare idee, plasmarle, diffonderle e curarne l’attuazione. Quando le idee sono chiare e il regista ha approntato la scena, il pubblico non può che approvare lo sviluppo. I cosiddetti “terzi” non possono che ritornare per apprezzare nuove rappresentazioni e pagare il biglietto. E se faranno l’abbonamento, ok, abbiamo raggiunto lo scopo. Il CFO è il tramite tra questi due mondi, ovviamente nell’interesse supremo della propria società.    

Chi ha saputo costruirsi una reputazione riesce ad affrontare con il sistema finanziario questo momento così difficile, caratterizzato da poca visibilità ed altissima incertezza. Lo Stato ha messo in campo degli strumenti. Non tutti sono perseguibili, a volte sono farraginosi ed insufficienti ma l’importante è riuscire a coglierli all’interno di una visione di futuro ben ponderata e chiara e l’imprenditore insieme al CFO si giocano su questo terreno una partita fondamentale.

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